Una musica per la ribellione

Tutti abbiamo udito almeno una volta quel pezzo dell’overture del Guglielmo Tell di Rossini, quella melodia così energica, spumeggiante e concitata che sembra quasi una cavalcata al galoppo o un attacco al passo di carica, tra squilli di trombe e fragore di timpani. Credo, però, che raramente si faccia caso ad un ovvio quanto facilmente dimenticabile dettaglio: quella melodia rappresenta la musica che accompagna l’insorgere di un popolo, una ribellione. La trama del Guglielmo Tell, infatti, parla di questa figura semi-leggendaria che avrebbe guidato nel medioevo la rivolta degli svizzeri contro il Sacro Romano Impero, e l’interesse suscitato da quest’opera nell’Europa del primo Ottocento era appunto il suo evidente legame con ciò che occupava le menti e i cuori di tutti all’epoca: l’insurrezione per la liberazione della propria nazione. A dire il vero la parte impetuosa che tutti sappiamo fischiettare a memoria è solo la conclusione dell’overture; la melodia prende le mosse da accenti molto quieti, dolci e persino malinconici. Nelle prime battute si percepisce una sorta di toccante senso di nostalgia o di desiderio. Quando il discorso orchestrale sembra assumere tonalità più chiare e serene l’atmosfera cambia di colpo, un fragore terrificante si abbatte su questa scena elegiaca come una tempesta che sradica gli alberi e fa straripare i torrenti montani. Poi, di nuovo, la furia si smorza, la musica si addolcisce e subentra un fraseggio decisamente più tranquillo, spensierato, pastorale, che sembra voler comunicare l’incanto della campagna bagnata dopo la tempesta. Daccapo, però, qualcosa di nuovo irrompe bruscamente: è il canto della ribellione, lo squillo di trombe che chiama gli svizzeri alle armi, il radunarsi degli insorti e la loro marcia gioiosa verso la vittoria. A mio avviso, al di sotto del più ovvio piano “pittoresco” e “impressionistico” di questa overture, cioè dei legni che imitano il pigolare degli uccelli, o dei violini che sembrano dipingere davanti ai nostri occhi verdi vallate e ridenti pascoli, vi è qualcosa di più, un contrasto che credo si possa avvertire proprio in rapporto all’esplosione finale. La prima parte di questa overture rappresenta, per così dire, una visione del mondo naturalistica e fatalista; nello smielato quadro campestre che traccia, la tempesta, il male, il dolore irrompono come qualcosa di esterno e necessario, qualcosa inscritto nelle leggi della natura, e dopo il suo sfogo il mondo torna alla tranquillità di prima, tutto ha il suo posto e il cambiamento si può solo subire. Rossini, con grande astuzia, ha però insinuato fin dall’inizio il sospetto che qualcosa in tutto ciò non funzioni, che in questa visione “eternizzante” e fatalistica del mondo vi sia l’oscuro presentimento che un desiderio viene frustrato o che un’ingiustizia rimanga invendicata. Con la parte finale è come se la bella cartolina turistica venisse messa da parte e la melodia cominciasse a fare sul serio, è come se lì avesse effettivamente inizio l’opera, lì il compositore scopre le sue carte. Rossini ha immaginato la ribellione degli svizzeri come un evento profondamente gioioso, da cui sgorgano forze nascoste, e in cui il mondo smette di vivere al ritmo delle caprette e dei pastorelli per mettersi a correre a passo di carica. Non è un caso che Rossini fosse un compositore immensamente popolare in Francia, tanto più che il Guglielmo Tell precedette di poco meno di un anno la rivoluzione di luglio del 1830.

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Un anno dopo

Un anno fa aveva inizio la guerra in Ucraina. Quantomeno la guerra aperta e senza quartiere, dato che nel Donbas i proiettili volavano dal 2014; ciò nondimeno, si è trattato di un evento che ha scosso il mondo intero, molto più di quanto non avrebbe potuto fare una proxy war localizzata e controllata. Quella che, nelle previsioni di molti, compreso probabilmente l’alto comando delle forze armate russe, doveva essere un’operazione rapida e inarrestabile, si è trasformata in una tormentosa, tremenda guerra di logoramento. Secondo l’alto commissariato delle Nazioni Unite le sole vittime civili superano gli 8000 morti. I russi continuano a battere i loro pugni insanguinati addosso al fronte.

Non desidero qui fornire nessuna interpretazione delle cause o degli sviluppi internazionali del conflitto, ma vorrei cogliere l’occasione di questo triste anniversario per fare qualche considerazione sull’uso del linguaggio che si è manifestato intorno alla guerra, e in particolare in riferimento all’utilizzo del termine fascismo. Uno degli aspetti più curiosi (e deprimenti) della guerra retorica e propagandistica che si è combattuta a lato di quella armata è stato il reciproco accusarsi tra autorità russe e ucraine di essere dei fascisti o dei nazisti. Questo insulto, pronunciato pubblicamente da Vladimir Putin prima dell’invasione a proposito del governo ucraino, è stato poi sistematicamente confermato e promosso dalla propaganda russa, che ha inquadrato la famigerata operazione speciale come una lotta di principio contro il nazismo: uno dei poster fatti affiggere in bella vista in una località ucraina occupata dai russi recita a caratteri cubitali “Insieme contro il nazismo!”. D’altra parte l’aggressione russa verso l’Ucraina venne paragonata dai media occidentali alle gesta dell’imbianchino austriaco naturalizzato tedesco e molti giornali di prim’ordine, come l’Economist o il New York Times sentenziarono gravemente: “La Russia è un paese fascista!”. Adolf Putler è diventato un nomignolo diffuso tra le truppe ucraine per riferirsi a Putin. Che al livello del dibattito politico più becero la parola “fascista” (o l’analogo nazista) sia divenuta un insulto generico per screditare completamente qualunque avversario non è certo una novità. Ma l’insistenza, l’intensità e la sistematicità con cui è stata sbandierata da ogni parte nel corso dell’ultimo anno spinge a chiedersi se non ci sia qualcosa di più sotto.

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L’arte nell’età delle rivoluzioni – parte seconda

Jacques-Louis David, Le Sabine, olio su tela, 1799, Louvre (particolare).

La figura umana, il ritratto e il paesaggio ci hanno suggerito finora una dinamica di rottura e ridefinizione degli stili pittorici che ha portato l’arte europea verso quella che potremmo chiamare una dissoluzione della fissità della natura e della materia. A questo punto, però, credo sia opportuno fare un passo indietro per prendere in considerazione un altro aspetto che ha contribuito a produrre per vie diverse questa dissoluzione. Già all’inizio abbiamo accennato al fatto che la Rivoluzione Francese ha fornito l’occasione a legioni di artisti di poter sperimentare su vie non battute in precedenza, oltre a fungere, in un senso o nell’altro, da punto di partenza per un’arte che non poteva più essere eminentemente cortigiana, disimpegnata, aristocratica, e questo nemmeno in Inghilterra e Scozia, dove i soggetti consueti dei pittori intersecavano raramente le vicende storiche attuali del paese. In Francia, lo sperimentalismo politico degli anni più tumultuosi della Rivoluzione e lo sperimentalismo artistico hanno proceduto di pari passo, e questa influenza reciproca ha avuto ripercussioni anche su artisti non così innovativi dal punto di vista espressivo, ma aperti agli stimoli rivoluzionari sul fronte contenutistico.

Una delle opere che meglio sintetizza in sé gli ideali umani della Rivoluzione è il ritratto del deputato Jean-Baptiste Belley di Anne-Louis Girodet (1767-1824), uno dei primi esempi – se non forse il primo in assoluto – di un ritratto occidentale moderno raffigurante un personaggio di colore come protagonista. Questo quadro, che pure a livello pittorico si attesta entro i canoni del neoclassicismo, custodisce in sé una parte essenziale, ma spesso trascurata degli eventi rivoluzionari, e merita qualche osservazione particolare. Quando si parla dei progressi politici compiuti dalla Rivoluzione Francese si citano spesso i suoi principi generali – libertà, eguaglianza, fraternità, abolizione dei privilegi di nascita, enunciazione e difesa dei diritti fondamentali dell’umanità, ecc… Fermarsi a ciò ci farebbe perdere di vista la fisionomia politica concreta dei governi rivoluzionari; la Rivoluzione non fu solo un susseguirsi di tumulti e di dichiarazioni di principio, ma assunse i tratti del primo grande tentativo di riorganizzazione della società e dell’economia in senso democratico. Alcune delle critiche più feroci svolte dagli esponenti delle nuove forze politiche rivoluzionarie ebbero appunto come bersaglio il sistema economico coloniale della vecchia Francia, e ciò portò per la prima volta all’attenzione dell’opinione pubblica e persino delle masse parigine la questione della schiavitù. L’illuminismo aveva già svolto in tutta Europa un lavoro di preparazione ideologica in direzione dell’abolizionismo come diretto corollario di un’ideale di concreta eguaglianza, ma fu proprio la Rivoluzione a diffondere in maniera esplosiva e radicale questo tipo di istanze. Persino in Inghilterra, che nel diciottesimo secolo era stata una delle più attive promotrici della tratta degli schiavi, si formò un movimento intellettuale convintamente a favore dell’abolizione e, di pari passo, un moltiplicarsi delle denunce contro i metodi barbarici dello sfruttamento schiavista. Per citare solo un esempio, basta vedere alla raffigurazione cruda e impietosa che ne dà William Blake – l’unico vero genio inglese di un’epoca colma di uomini ingegnosi e dotti – in alcune sue stampe.

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L’arte nell’età delle rivoluzioni

Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioson, Ossian riceve i generali della Repubblica (particolare), olio su tela, 1801, Museo nazionale della Malmaison.

Ho sempre provato una particolare attrazione per il periodo storico che va dagli anni ottanta del Settecento agli anni immediatamente successivi il Congresso di Vienna, cioè per l’epoca che racchiude in se gli eventi della Rivoluzione Francese, delle guerre napoleoniche e della prima rivoluzione industriale. Questa mia predilezione ha in gran parte un carattere estetico e sentimentale e pertanto è difficile da articolare a parole, come molte predilezioni di questo tipo le cui ragioni ultime sono in fin dei conti oscure e legate più al carattere di chi guarda, che non al contenuto oggettivo di ciò che è visto. Ciò nonostante, ho provato nel corso del tempo a chiarire a me stesso che cosa costituisse l’elemento essenziale (o gli elementi) del fascino che questa epoca esercita su di me e anche se non pretendo di aver trovato la risposta definitiva, credo di aver individuato almeno alcuni lineamenti di una possibile risposta. Credo che gli aspetti fondamentali di questo fascino possano essere meglio intuiti ed esposti tramite il ricorso alla pittura, che è, forse, la forma d’arte che mi ha introdotto a questo periodo storico. La pittura è una forma espressiva che ha, o almeno in passato ha avuto, il pregio di catturare le immagini e le esperienze che per l’umanità avevano maggiore importanza. Le mie cognizioni, e la mia intenzione, sono soprattutto storiche, e quel poco che so riguardo all’aspetto più propriamente formale e stilistico delle opere che addurrò come esempi avrà pertanto lo scopo di far comprendere meglio la fisionomia di una situazione storica.

Tra il 1780 e il 1815 si assiste ad una notevole concentrazione di materiale pittorico e al sorgere simultaneo di vari maestri di prim’ordine in quest’arte. I fermenti che attraversavano la pittura, così come la letteratura e la filosofia, negli anni precedenti l’89 e lo scoppio della Rivoluzione, avevano già contribuito a rompere con le correnti artistiche che avevano dominato gran parte del secolo diciottesimo, scettico, libertino e pieno di sentimenti strabocchevoli e teatrali, e avevano già messo in campo alcuni elementi chiave di quelli che in seguito diverranno i linguaggi figurativi dell’era rivoluzionaria e napoleonica. La Rivoluzione diede sicuramente una spinta enorme allo sviluppo delle arti figurative, e portò gli artisti a tentativi radicalmente nuovi in pittura, molti dei quali venero poi abbandonati o addomesticati dal potere politico per diventare arte di regime, altro aspetto nel quale quest’epoca risulta di inquietante attualità, introducendo un’ingerenza della politica nell’arte senza precedenti. A mio avviso, nel considerare anni così ricchi di stimoli e di tentativi divergenti, anche lo studio di pittori che potremmo definire “minori” ha una sua utilità nel far comprendere meglio le immagini che dominano questa epoca: molti di questi produssero opere di maniera, dipinti di consumo per l’aristocrazia e la borghesia o arte di propaganda, ma non per questo vanno liquidati come pittori privi di una vera coscienza artistica. Del resto anche un numero non trascurabile di maestri indiscussi, come Canova o Jacques-Louis David, furono coinvolti in queste forme di manierismo e in queste celebrazioni artistiche del regime napoleonico. Anne-Louis Girodet, uno degli artisti che considererò, dipinse un quadro in cui i generali della Repubblica francese vengono accolti nel Valhalla (sic!) dal mitico poeta Ossian, che allora andava tanto di moda; per quanto si tratti di un mediocre pasticcio politico-mitologico, è un quadro assai significativo dal punto di vista storico. L’interesse principale di questa epoca, dunque, sta nel suo rappresentare una fase di transizione nella storia umana e un punto di rottura col passato.

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Quattro scrittori tedeschi: Heine

Chi ha detto che la letteratura debba sempre essere qualcosa di profondo? Pietro Citati, in una vecchia intervista, dichiarò: “Adoro la superficialità!”, e quando Giovanni Minoli, l’intervistatore, gli domandò quale fosse la qualità propria della superficialità, il grande critico rispose: “La leggerezza, l’eleganza, la mobilità”. Facilissimo, sulla base di idee preconcette, misconoscere queste qualità in uno scrittore, tanto più che essere superficiali in modo intelligente non è affatto più facile che essere profondi in modo intelligente. E del resto un’eccessiva idolatria della profondità non è forse il vizio a cui siamo più inclini noi Europei, noi gente resa iper-cerebrale da una lunga tradizione erudita? Noi che troppo spesso sentiamo col nostro intelletto, e pensiamo col nostro stomaco (per non menzionare altri organi)? Ci immaginiamo così spesso che i grandi libri, l'”alta letteratura”, ci debbano svelare chissà quali verità nascoste nelle viscere del mondo, che poi, quando uno scrittore ci racconta una storia semplicemente per farci divertire, ne siamo quasi delusi se non riusciamo a cavarne fuori una lezione, di qualunque tipo. Non che la letteratura superficiale dozzinale non esista, certo: ma in reazione a questa sua inquilina del piano di sopra, così snob e superba, dall’eloquio ingarbugliato, piena zeppa di elucubrazioni e monologhi senza fine, che erige altari alla schizofrenia e alla malvagità, che civetta col suicidio e i deliri di onnipotenza, essa è diventata così allergica all’ingegno e al buon gusto da trasformarsi a sua volta in una straccivendola volgare, rumorosa, completamente priva delle più comuni attrattive. Ma se gli antichi ci hanno insegnato qualcosa è che tutti gli déi del pantheon meritano il loro culto, e anche la superficialità ha i suoi diritti.

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Qualcuno volò sul nido dell’uccellino blu

La dichiarazione di guerra che nelle ultime ore sembra delinearsi tra il nuovo boss di Twitter, Elon Musk, e Apple è l’ultimo episodio in una lunga serie di demenziali disavventure che hanno caratterizzato gli ultimi mesi a partire dal cambio di guida del colosso dei social network. Nonostante le solenni dichiarazioni di Musk secondo le quali l’uccellino adesso sarebbe libero, la commedia adesso sarebbe permessa e tutti potranno esprimersi senza timore su Twitter, ciò che il miliardario sudafricano si è comprato, per il momento, è solo un cumulo di denunce e di problemi, aggravati dalla sua gestione maldestra e in certi casi letteralmente circense.
Ora, le decisioni riguardanti la nuova politica aziendale di Twitter hanno suscitato aspre polemiche non solo per il fatto che Musk stesso è un personaggio molto discusso, osannato e criticato da parecchio tempo, ma perché è chiaro a chiunque che Twitter è ormai uno dei campi più importanti di circolazione di informazioni e opinioni – laddove le due cose sono quasi sempre mescolate e non perfettamente distinguibili. I social media, in generale, sono di fatto la nostra dimensione pubblica dell’espressione individuale e collettiva, e non è quindi un caso che proprio essi siano divenuti il campo della più serrata tra le battaglie.
Dire che chi controlla i social controlla le opinioni delle persone sarebbe un’esagerazione e una sopravvalutazione del loro effettivo potere, ma si tratta in ogni caso di un punto decisivo per sostenere – e dirigere – il discorso pubblico. Nella maggior parte dei casi i social, per parafrasare il motto di uno scrittore tedesco, sono come uno specchio: se vi si affaccia una scimmia, non ne verrà fuori l’immagine di un angelo. Questo specchio, però, può omettere e manipolare non solo l’informazione ma anche l’insieme di valutazioni che se ne offrono al punto da poter convincere molte persone che tutto sommato una scimmia è davvero più bella di un angelo.
Twitter, già da tempo, era visto come un il social dove il principale obbiettivo degli utenti era litigare, su tutto, per tutto e contro tutti, e se questo spettacolo potrebbe anche essere dipinto come una parte necessaria della libertà d’espressione, l’idea che oramai si fosse giunti a litigare per il solo gusto della polemica aveva confutato questa idea nella pratica, almeno in parte. Tuttavia, per incredibile che possa suonare a certe orecchie, su Twitter si sono condotte anche conversazioni costruttive ed è anzi stato un canale fondamentale per dare voce ad una serie di rivendicazioni e di tesi che negli spazi tradizionali di espressione pubblica (anche semplicemente la strada o la piazza) sarebbero state represse con la violenza. Questo aspetto è stato reso ancora più decisivo dal fatto che Twitter è, tra tutti i social, quello che possiede la maggiore trasversalità demografica e geografica. Tanto per fare un esempio, Facebook, che è un social ancora molto utilizzato in Italia – anche se è ormai considerato il social “dei vecchi” -, è quasi inesistente in Russia, dove invece imperano il suo corrispettivo nazionale, Yandex, e soprattutto Instagram. Instagram, a sua volta, raccoglie il maggior numero di interazioni da una fascia demografica diversa da quella di, poniamo, TikTok, laddove quest’ultimo si è consolidato come il social delle generazioni più giovani, gli under 18. Twitter è l’unico che è riuscito a diffondersi con una certa uniformità in tutti i paesi a tutte le fasce d’età. Insomma, piace agli zoomer, ai boomer e ai millenials: “How do you do, fellow kids?”.

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“Uno sguardo sulla guerra in Spagna” di George Orwell

Looking Back on the Spanish War fu composto nell’autunno del 1942 e alcune parti di esso furono pubblicate nel 1943 sul settimanale New Road, in piena Seconda Guerra Mondiale. Ne presento qui una mia traduzione, che si limita ai capitoli I, II, IV (eccezion fatta per la sezione finale) e V. Ci sono molti motivi per leggere gli scritti di Orwell, primo fra tutti la qualità della sua scrittura: a tutt’oggi egli è giustamente ritenuto il maestro dello English plain style, e la mia traduzione rende solo in maniera scolorata e imperfetta l’eleganza del suo stile. In secondo luogo, c’è anche la straordinaria indipendenza di giudizio di Orwell, ciò che lo rende forse uno degli autori più preziosi nel panorama del XX secolo, il coraggio con cui seppe criticare gli errori e le bassezze di tutte le formazioni politiche, e la lucidità con cui vide le implicazioni del totalitarismo, senza mai limitarsi ad essere un bastian contrario senza arte né parte: Orwell fu essenzialmente un autore anti-totalitario, ma ciò non significa che la sua prospettiva fosse puramente negativa: egli lottò per una posizione socialista democratica che articolò chiaramente in altri saggi e che si fondava su un fermo rifiuto del controllo e dell’oppressione della vita umana; indipendentemente dall’accordo o disaccordo che possono suscitare le sue tesi politiche, esse pongono delle questioni che nessuno può evitare, nessuno almeno che sia interessato a fare onestamente i conti con gli orrori del XX secolo. Il terzo motivo, quello che forse mi ha spinto a offrire questo saggio di traduzione, è anche il fatto che le considerazioni qui svolte da Orwell possono avere un nesso con l’attuale guerra in Ucraina, pur nella complessiva diversità della situazione storica. Nel polverone mediatico che si è creato intorno al conflitto russo-ucraino, alcune osservazioni fatte in questo scritto sono dolorosamente attuali. Il motivo per il quale non ho tradotto l’intero saggio è stato il voler evitare di appesantire troppo una singola lettura, magari anche dividendo la pubblicazione in due o tre post, ma di offrire l’essenziale, per così dire, in un sol colpo d’occhio. Ovviamente, incoraggio chiunque a leggere i saggi di Orwell, che trattano temi anche molto diversi e che sono tutti egualmente interessanti, e in particolare, per chi legge l’inglese, la lettura completa di questo saggio sulla guerra spagnola. Il testo a cui faccio riferimento, pubblicato nella sua forma attuale per la prima volta nel 1968 nei Collected essays di Orwell apparsi per Secker & Warburg, è pubblicato in: George Orwell, Essays, Penguin 2013 (prima ed. 2000), pp. 216-233. Tutto ciò che compare tra parentesi quadre è una mia nota.

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Quattro scrittori tedeschi: Büchner

Il 21 gennaio 1821 Johann Christian Woyzeck, parrucchiere di professione ma da alcuni anni in servizio nell’esercito, assassina la sua amante Johanna Christiana Woost. La sera stessa dell’omicidio Woyzeck si consegna alla polizia. Da questo evento scoppia un vero e proprio caso, uno dei più clamorosi e controversi nella Germania del primo Ottocento: gli inquirenti, dopo alcune indagini preliminari, sollevano il dubbio sulla reale sanità mentale di Woyzeck, e ciò porta non solo ad ulteriori indagini sul crimine avvenuto e ad analisi mediche dell’imputato, ma ad un più ampio dibattito sul rapporto tra follia, coscienza e imputabilità giuridica. Il consulente medico del tribunale di Lipsia, il Dott. Johann Christian August Clarus, visiterà il reo confesso in diverse occasioni e produrrà due rapporti medico-legali in cui sosterrà che, pur soffrendo Woyzeck di effettivi disordini mentali, egli è in tutto e per tutto responsabile del suo atto criminale. L’esito del processo, influenzato in buona parte dal parere espresso dal dott. Clarus, condannerà Woyzeck al massimo della pena: sarà giustiziato a Lipsia il 27 agosto 1824, in quella che sarà l’ultima esecuzione pubblica avvenuta in quella città. Il caso Woyzeck considerato in sé sarebbe caduto nel dimenticatoio dopo qualche anno, anche a dispetto delle controversie da esso suscitate, e oggi comparirebbe, forse, solo in qualche libro erudito che si occupa di storia della clinica psichiatrica o in un true crime storico di scarso interesse. Se il nome di questo povero soldato è stato immortalato è merito dell’opera omonima di Georg Büchner, che da questo caso di cronaca nera ha tratto ispirazione per uno dei drammi più originali di tutto il XIX secolo. Il Woyzeck di Büchner è un’opera la cui stesura completa e definitiva è stata precocemente stroncata dalla morte dell’autore a soli 24 anni di febbre tifoidea; pure, come nel caso di molti grandi scrittori, i frammenti appena sbozzati di questo dramma dimostrano una maestria e una forza espressiva che non si troverebbe nei testi tranquillamente composti, completati e riveduti di molti autori di minor talento.

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Saggio sulla miopia

Nel romanzo di José Saramago intitolato Saggio sulla lucidità lo scrittore portoghese immagina una nazione puramente ipotetica e innominata in cui, nella più completa costernazione del paese e delle autorità, alle elezioni politiche l’83% degli elettori vota scheda bianca. Attenzione: non si tratta di mettere in scena il dramma di un astensionismo di massa, ma di un voto intenzionalmente vuoto, di un non-voto positivo. L’affluenza alle urne registrata durante le votazioni è prodigiosa, ma la maggior parte della gente vota scheda bianca, vota contro tutti i partiti istituzionali esistenti, che nel romanzo sono genericamente chiamati Partito di Destra (pdd), Partito di Centro (pdc) e Partito di Sinistra (pds) – e i partiti politici reali delle nostre democrazie non sono, di solito, molto più fantasiosi nell’onomastica. Questo evento sconvolgente causerà, nel corso del romanzo, una crisi politica che assumerà nel giro di breve i tratti di una guerra fredda, in cui il governo e i vertici dei partiti si troveranno ad essere come delle forze occupanti straniere in paese nemico, e questa tensione sarà aggravata dal fatto che, dato il segreto dell’urna, nessuno avrà modo di individuare chiaramente chi siano coloro che hanno votato in bianco; senza svelare nulla di integrale della trama, basti sapere che ad un certo punto persino due ministri del governo in carica – tra cui quello della cultura, generalmente trattato come una palla al piede dai suoi colleghi – ammetteranno di aver votato in bianco. Ora, le elezioni politiche italiane del prossimo 25 settembre delineano un quadro abbastanza avvilente di discredito della politica parlamentare che, come ormai tutti hanno compreso, ha favorito l’ascesa dell’estrema destra, cioè della parte politica a cui storicamente ci si è rivolti in momenti di disperazione e confusione, e in questo contesto vale la pena di chiedersi se la vicenda narrata in Saggio sulla lucidità non mostri un nuovo interesse e forse persino una possibile via d’azione in uno scenario così sconfortante. L’Italia, più di molti altri paesi, si trova al punto in cui la maggior parte della popolazione ha perso ogni fiducia nelle formazioni politiche che la rappresentano e in cui il senso civico è sempre più ridotto a brandelli: date tali circostanze un voto in bianco, un voto che dice chiaramente “io non scelgo nessuno dei candidati presenti, nessuna delle opzioni che mi vengono offerte” sembra una risposta radicale, l’unico atto democraticamente accettabile per far capire alla classe dirigente che deve avvenire un cambiamento generale e profondo. Ammetto che per un po’ questa mi è sembrata una possibilità allettante, e che avrei voluto appellarmi ai miei compatrioti per indurli a votare scheda bianca: se non c’è alcuna scelta accettabile salvo il nostro onore sarebbe del tutto legittimo cercare di mettere sul tavolo, nella maniera più netta possibile, i termini di un completo disaccordo con i partiti esistenti. Ma poi mi sono chiesto: è davvero questa la scelta migliore? Votare in bianco può essere davvero un atto di dissenso realmente efficace?

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Quattro scrittori tedeschi: Kleist

Chissà a cosa pensava Heinrich von Kleist in quel freddo giorno di fine novembre, mentre guardava lo sciabordio inquieto dell’acqua del Wannsee. Chissà a cosa pensava colei che aveva deciso di accompagnarlo in quell’ultimo, estremo passo, Henriette Vogel. Sarebbe forse indecoroso, inopportuno che persone che si reputano nel novero dei “sani”, che sentono senz’ombra di dubbio di far parte della famiglia umana si mettano a indovinare i pensieri di un suicida; è molto facile mettere in testa a coloro che hanno compiuto un simile gesto un dolore che non hanno vissuto, una rabbia che non hanno mai provato, uno psicotico e malsano isolamento nel quale, a dire il vero, non si sono mai trovati. Anche se il dolore, la rabbia, l’isolamento in qualche modo ci sono stati. Heinrich avrebbe potuto trovare molti buoni motivi per continuare a vivere, per cambiare direzione, adattarsi alle circostanze e lasciar perdere il vicolo cieco in cui si trovava, non era senza capacità e senza intelligenza; e ciò nonostante preferì darsi la morte. Forse l’orgoglio gli impediva di cambiare idea: era sempre stato molto orgoglioso. O forse sentiva il dovere di fare della propria vita un atto di accusa. Caricò la pistola – lo sapeva fare bene, aveva imparato da ragazzo, quando si era arruolato giovanissimo nell’esercito prussiano -, preparò il colpo, forse esitò ancora un istante, o forse no. Fece fuoco. Henriette era morta, come aveva desiderato, come lei gli aveva chiesto, in segreto, con gli occhi appannati dalle lacrime, perché sapeva che un male inguaribile la divorava dall’interno, che solo la più miserabile delle sofferenze la attendeva. Il secondo colpo era per sé stesso.

Per la sensibilità di oggi, in cui di solito la poesia è ritenuta soprattutto opera del sentimento, dell’emotività, dell’esperienza vissuta o simili, può apparire strano, quasi imbarazzante che i più grandi scrittori e poeti tedeschi – ciascuno per varie vie e a suo modo – siano stati così attaccati ad una elaborazione teorica dell’arte, ad una cultura che si nutriva spesso di letture molto ardue e perfino aride. Ma chiunque conosca la storia della letteratura non si sorprenderà di certo: Dante, nella sua famosa lettera a Cangrande della Scala nella quale, se ci si passa l’espressione, spiega il significato della Divina Commedia (all’epoca ancora solo Comedia) a questo munifico protettore, non ricorre a rimembranze intimistiche e a garbugli psicologici; non fa altro che citare Aristotele e la Bibbia, quasi che le sue opere fossero un derivato necessario, fisiologico della lettura della Metafisica. Shakespeare, più mobile e volubile nei suoi interessi, non disdegnava la lettura di libri francesi e di novelle italiane, cioè di cose considerate ai suoi tempi emerite frivolezze, e che oggi non avrebbero nemmeno diritto di cittadinanza nei Manuali storici se non fosse per il Bardo stesso, che le ha nobilitate traendone fuori drammi magistrali. In Kleist troviamo entrambe le tendenze. Rigorosi studi di filosofia e storia, uniti a letture di storie popolari e di racconti di cronaca spesso dozzinali. Non c’è dubbio però che un libro tra tutti gli scavò nel cuore e nell’intelletto, un libro spezzò qualcosa dentro di lui: la Critica della Ragion Pura, letta da Heinrich vent’anni dopo la sua prima pubblicazione, ed interpretata in una chiave decisamente radicale e pessimistica, un’interpretazione che, in ogni caso, coglie qualcosa di più profondo e decisivo di molti mediocri seguaci accademici di Kant – non è un caso che un altro grande “scolaro” della prima Critica, Fichte, avesse dichiarato solennemente che l’intera epoca presente aveva frainteso Kant. L’elemento fondamentale che Kleist trasse dalla lettura di Kant fu che la verità, nel senso più classico e alto del termine, sia inconoscibile. Non tanto per il fatto che la verità sia qualcosa di troppo sublime per essere compreso dai nostri poveri intelletti umani, ma perché è troppo facile confonderla col mero fenomeno, con la semplice apparenza soggettiva; non è troppo lontana, ma troppo vicina, non è troppo pura, ma troppo sporca, troppo mescolata col gioco illusorio delle sembianze, delle opinioni transeunti, dei desideri nascosti. L’opera matura di Kleist è un commento continuo a questa presa di coscienza, in maniera analoga a cui l’opera di Dante è un grandioso commento ad Aristotele e alla teologia cristiana.

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